DIALOGO DI UN SUICIDA CON LA SUA ANIMA

Il celebre Papiro di Berlino 3024 contiene l’espressione del drammatico dialogo interiore di un uomo disperato col suo ‘ba’, la sua anima, che tenta di consolarlo e di convincerlo a continuare a vivere. Ho ritrovato la sua traduzione all’interno dell’opera intitolata: “Testi religiosi egizi” di Sergio Donadoni, che a sua volta si basa sulla traduzione tedesca dello scritto originale egizio, effettuata da A.Erman: “Gespräch eines Lebensmüden mit seiner Seele”; segnalo che la parola tedesca “Lebensmüden” significa letteralmente “stufo di vivere, stanco della vita” e quindi la traduzione più esatta sarebbe stata: “dialogo di una persona che rimugina il pensiero di farla finita con la propria anima”. .E’ per comprensibili ragioni di brevità che ho adottato il termine “suicida”. La prima parte del dialogo non è disponibile per intero, dato che furono ritrovati solo frammenti del papiro egizio originale, dai quali è però stato possibile ricostruire il senso del discorso che l’ignoto suicida rivolge alle profondità del proprio psichismo.
Cito il riassunto che ne fa S.Donadoni: “...Il mondo sembra un cumulo di ingiustizia e di dolore, decaduto tanto da un mitico passato che non c’è più, e una nemica solitudine lo occupa, in cui tutti sono ostili l’un l’altro. E’ ripreso, con un tono assai più alto e pensoso, un comune motivo dell’epoca, e cioé quello della critica del mondo e della diffidenza verso i valori tradizionali, sia politici che sociali e religiosi. In questa amara solitudine, lo scrittore apre una sorta di dibattito processuale con la propria anima, per ottenere da lei il VERDETTO: se sia meglio continuare a vivere nel mondo ostile, oppure uccidersi per arrivare presso déi che siano migliori degli uomini, ai quali poter concedere quella fiducia che non si può più dare ai propri simili. A questa protesta contro il mondo, l’anima oppone un altro punto di vista, anch’esso tipico del tempo. Proprio perché nel mondo non c’è un ordinato disegno, anche dalla mitologia funeraria c’è da diffidare. La morte non è una ignota felicità ultraterrena, ma l’ orrore del distacco dalla propria casa, il pianto, il disfarsi dei corpi, invano protetti da inutili tombe, invano forniti di inutili offerte, che ben presto cessano. Questa inconoscibilità dell’aldilà mitico, questa diretta esperienza della miseria e della morte qui si uniscono in unico consiglio: godere della vita così quale è, metter da parte speculazioni amare, rituffarsi nel fluire del mondo, non più con la felicità antica che comportava una piena accettazione del mondo come perfezione, ma con rassegnata volontà di dimenticare quanto di doloroso e di rischioso ci sia nell’ignoto aldilà…” 1

IL PAPIRO ORIGINALE:

Allora aperse per me la mia anima la sua bocca:
e rispose a quel che avevo detto:
“Se tu ricordi il seppellimento è un’angoscia del cuore
è un portar lacrime rendendo misero l’uomo
Ê un portar via l’uomo dalla sua casa
e gettarlo sulla pendice (sulla costa del deserto dov’è la necropoli)
Non ne esci per il cielo
per vedere il sole.
Quelli che han costruito in pietra di granito,
Che hanno edificato piramidi [manca il testo]
belle per la loro opera [manca il testo]
quando i costruttori son divenuti Dei
le loro stele son distrutte
come gli sfiniti, morti sulla riva,
senza un [erede?] sulla terra.
Prende l’acqua le loro estremità (son gettati nel fiume),
brucia il sole similmente. Parlano loro i pesci dal fior dell’acqua
Ascoltami dunque: ecco, è bene ascoltare per la gente.
Segui un giorno felice!
Dimentica il dolore!

 L’Autore così conclude: “…Nel testo nostro, comunque, l’appassionata rappresentazione della morte, l’invito alla vita non sono determinanti. L’amaro pensatore perdura nella sua decisione suicida e si getta nella fiamma e rompe così la fatica di vivere e si sottrae al caso terreno. Senza avere una specifica inquadratura religiosa, questo scritto è fra quelli che più chiaramente e più profondamente ci rappresentano cosa sia stata la crisi della civiltà egiziana” 2 .
Ora, personalmente, io non sono uno storico, per cui non posseggo gli strumenti scientifici e metodologici per poter confutare né dimostrare l’ipotesi avanzata da Donadoni a proposito del declino della civiltà egizia. In qualità di esperto in psicopatologia 3 posso tuttavia affermare con un certo grado di sicurezza che il papiro qui riportato costituisce una delle prime testimonianze di disturbo mentale, (se si vuole: la prima delle osservazioni cliniche), esistenti nell’arco della globale evoluzione umana. In altri termini, professionalmente, non sono in grado di estendere al contesto di un’intera civiltà, come quella egizia, i segni di decadimento descritti dal papiro: posso soltanto sottolineare come l’individuo in questione presenti tutti i segni caratteristici di un traumatismo psichico.

Note:

1 S.Donadoni, op.cit. p. 192.
2 S.Donadoni, op.cit., p.193.
3 Mi permetto di ricordare, per una più ampia comprensione di quanto verrà esposto nel corso del mio lavoro, che la parola greca psico/pato/logia trova una sua esatta collocazione nella lingua italiana nella traduzione: discorso sulla sofferenza dell’anima.

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