[critico e correggo, mi permetto, tra le quadre]
Titolo: Fuga dall’Iran (con un trucco). Così Hollywood scrive la Storia. Affleck ribalta i ruoli finzione-realtà, come a Teheran nel 1980. [Affleck non ribalta niente, è una storia vera, va bhè]
Scatta uno strano corto circuito durante la visione di Argo: chi è seduto in sala sa benissimo come andrà a finire la storia (è tratto da una storia vera, si legge sulle primissime immagini [D’oh]) eppure la tensione per questa fuga da Teheran ti prende lo stesso, ti fa temere per il destino dei sei ostaggi e del loro «esfoliatore» [esfiltrazione, non stiamo parlando di botanica] (in gergo chi aiuta a uscire più o meno illegalmente da una situazione a rischio).
«È il cinema, bellezza, e tu non puoi fargli niente» verrebbe da rispondere allo spettatore troppo coinvolto da quello che accade sullo schermo. [No, perchè io vado al cinema per annoiarmi, tanto i soldi li ho da buttare]. E [primo ‘E’ a inizio frase, moralmente se ne mette uno per articolo] allora perché stupirsi che, nella realtà del 1980, anche alcuni barbuti guardiani della rivoluzione invece di annusare l’imbroglio si siano fatti affascinare da quegli storyboard fasulli e abbiano bevuto la storia che in piena crisi diplomatica internazionale sette persone andassero e venissero da Teheran per girare un film di fantascienza?
Il meccanismo di Argo – l’operazione della Cia e il film di Ben Affleck – ci mostra che entrambi si reggono sull’ambiguo rapporto che il cinema instaura con la realtà [No, non ti addentrare nell’analisi dei meccanismi cinematografici, perchè no e perchè sei un po’ fuori target]. Realtà lui stesso – la macchina cinema è qualche cosa di concretissimo e tangibile – il film riesce però a vivere solo grazie alla forza dell’immaginario, che finisce per modificare profondamente il suo «statuto» di realtà. [questa frase non l’ho capita, lui chi? mah] Trasformando il meccanismo cinematografico in qualche cosa di diverso, di più complesso. Niente di particolarmente nuovo, per carità. Queste cose si dicevano già negli anni Venti e forse anche prima ma vederlo all’opera sullo schermo, seguirne passo passo il percorso di «falsificazione» che modifica il reale, fa sempre un certo effetto. E [seconda ‘E’ dopopunto, eticamente scorretta, poi se volessimo tirare in ballo la sintassi.. ] immagino che sia nato da qui l’interesse di Ben Affleck a portare sullo schermo l’operazione che la Cia mise in atto nel gennaio del 1980 per far uscire illegalmente dall’Iran sei diplomatici americani, sfuggiti all’invasione dell’ambasciata Usa a Teheran del 4 novembre 1979 e al susseguente sequestro collettivo dei suoi occupanti. [eee respirone, provate a leggere ad alta voce il brainstorming senza pause, si soffre]
Durante la confusione generale, però, sei dipendenti riuscirono a uscire da una porta secondaria e a trovare rifugio nell’abitazione privata dell’ambasciatore canadese Ken Taylor. Fossero stati scoperti, i sei avrebbero rischiato la vita (nel caso peggiore) o la detenzione insieme agli altri 52 diplomatici catturati (che comunque restarono prigionieri degli iraniani 444 giorni). Il problema era che anche così, nascosti in un’abitazione privata, mettevano a rischio non solo la loro vita ma anche quella di chi li nascondeva. Per questo il Dipartimento di Stato si ingegnò in tutti i modi per salvarli e farli uscire dal Paese. E [eddai] il membro della Cia Tony Mendez si convinse che il modo migliore era quello di «trasformarli» nei membri di una troupe cinematografica, in Iran per un sopralluogo.
[da ricordare, però, punti, virgole, che e comunque contano quando fatturi]
Un lavoro di copertura che aveva bisogno di qualcosa di ben più concreto che qualche documento falso e per il quale Tony Mendez (interpretato dallo stesso Affleck) si darà subito da fare, coinvolgendo nell’operazione l’amico John Chambers (John Goodman), esperto di trucchi e maquillage che aveva al suo attivo film come Il pianeta delle scimmie e Star Trek. [prima siamo, poi eravamo, poi saremo: con i tempi verbali ci siamo]
Questa è la parte più divertente [potrei ma non voglio elencare aggettivi alternativi a “divertente”] del film, perché gioca con molti degli stereotipi del cinema e di Hollywood, a cominciare dall’abilità di far passare per vero il falso e viceversa. Ci sarà una vera sceneggiatura (appunto quella del film Argo) e un vero contratto d’acquisto ma una falsa conferenza stampa e una altrettanto falsa lettura del copione che però produrrà un autentico articolo su Variety e altri giornali di categoria mentre è evidentemente falsa la sede dove Chambers si insedia con l’amico produttore Lester Siegel (Alan Arkin).
Lo scopo di questo vertiginoso gioco delle tre tavolette è la possibilità di ingannare gli eventuali controlli iraniani quando, come accadrà di lì a poco, Tony Mendez si presenterà al Ministero della Cultura di Teheran come produttore in cerca dei permessi per i sopralluoghi. [meno male che uno poi il film lo vede, perchè da qui risulta incapibile]
A questo punto il film ritorna sui binari della realtà fattuale [parolone] e non più solo cinematografica: uscire da Teheran in quel periodo non era facile per nessuno, anche con documenti ben contraffatti e un castello di bugie (quasi) perfette. Il film lo racconta nell’ultima parte, con tutti i colpi di scena che impone il rispetto della cronaca storica, dall’improvviso dietro front delle autorità americane (timorose del buon esito dell’operazione) alla decisione di Mendez di andare avanti lo stesso, agli ultimi terribili momenti in aeroporto, quando la copertura rischia di saltare. [E la fine non me la dici? ‘faccina triste’]
La Storia scrisse allora il lieto fine dell’operazione Canadian Caper (così si chiamò in codice) e il film ce lo racconta con belle scene e un ottimo ritmo, oltre che con uno sguardo fin troppo positivo sulla Cia, ma soprattutto con la sensazione di esserci avvicinati almeno per un momento al vero nodo del mistero cinematografico: che è quello di saper trasformare anche le bugie più improbabili in storie «autentiche». O almeno che lo sembrino. [Bho, le pause poi le mettete voi dove volete, perchè si era un poì confusi nella stesura]
Recensione da Corriere.it, errata corrige(s) by me.
