Tinker, Tailor, Soldier, Spy – una bellissima recensione da first impressions, di Alessia Carmicino

una bellissima recensione da first impressions, di

“We are not so very different, you and I. We’ve both spent our lives looking for the weaknesses in one another.” (George Smiley to Karla)

Lo stereotipo dell’agente segreto ideale è scolpito con tale forza nel nostro immaginario che chiunque, anche il più profano degli spettatori, sarebbe in grado di descriverlo: di bell’aspetto e desiderate dalle donne come James Bond, in grado di scalare vette impossibili o di sfuggire a pericolosi inseguimenti come i più recenti Ethan Hunt e Jason Bourne, le spie cinematografiche hanno finito per preferire il glamour all’intrigo, parti di un gioco che ha fatto della spettacolarità e del disimpegno quasi un marchio di fabbrica.

Lo sa bene il re della Spy Story John Le Carrè, all’anagrafe David John Moore Cornwell, che ispirato dalla sua vera esperienza nell’MI6(il Secret Intelligent Service) ha scritto storie meno alla moda di quelle del collega Ian Fleming, ma senza dubbio dotate di un fascino e di una classe non comuni.

Forti di uno stile inconfondibile, intrecci ambiziosi e assoluto equilibrio, a dispetto di una minore appetibilità di massa i romanzi dello scrittore inglese sono comunque riusciti a conquistare il grande schermo: dopo “la spia che venne dal freddo”, “la Casa Russia”, “il Sarto di Panama” e “il Giardiniere Tenace”, adesso è la volta di “Tinker, Tailor, Soldier, Spy”, una delle sue opere più famose e attese, che era già stata trasposta nel 1979 in una serie televisiva di successo con Alex Guinness.

Ambientato nel 1973 in piena Guerra Fredda, La Talpa(questo il meno intrigante ma necessario titolo italiano)si rivela un soggetto ideale per Tomas Alfredson, che dopo aver macchiato di sangue la neve della sua Svezia con lo splendido “lasciami entrare”(“let the right one in”) gira il suo primo lavoro in lingua inglese senza alcuna esitazione, sposando alla perfezione la sua gelida estetica coi tratti di un periodo storico retto pericolosamente da incertezza e oscurità.

Liquidato dal “Circus”( il servizio spionistico d’ascolto)per una missione andata male, George Smiley viene richiamato al lavoro col difficile compito di stanare un traditore dal cuore dell’Intelligence, una talpa filosovietica infiltrata da Mosca per carpire con facilità informazioni top secret, proprio fra quella nuova generazione di agenti che lui stesso aveva formato e che alla fine lo aveva costretto al ritiro: lo “stagnino” manipolatore Percy Alleline(nome in codice “Tinker”), il raffinato “sarto” Bill Haydon(Tailor), il rigido “soldato” Roy Bland(Soldier)e il debole “povero” Toby Esterhase(Poor Man); tutti possibili sospetti, tutti con un nome in codice pronto a identificarli per caratteristiche e debolezze, in una conta spietata che richiama quasi con triste ironia la filastrocca per bambini “Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Richman, Poorman, Beggarman, Thief”.

A suo agio con le raffinate atmosfere create da Le Carrè, Alfredson mette in scena una dramma elegante con le ambizioni di un tragedia shakespeariana, dove i protagonisti sono le vittime dell’incantesimo invernale che la Guerra Fredda ha gettato sul mondo: in una Londra mai così grigia e spenta(straordinaria la fotografia incolore di Hoyte Van Hoytema), i più qualificati agenti del Regno Unito sono ombre di una dimensione sospesa, destinati all’annullamento di sé stessi, nostalgici di un Secondo Conflitto Mondiale che garantiva netti e leali schieramenti e rendeva la difesa della patria un onore, a dispetto di uno status quo che di Guerra sembra avere soltanto il nome e chiede di non fidarsi mai di nessuno.

L’indagine di Smiley diventa quindi una partita a scacchi di pazienza e strategia, da giocarsi con corposi incartamenti o registrazioni rubate, da dietro una scrivania o fra gli squallidi scaffali di un ufficio e in una tensione che, compressa sotto una cappa, invece di rivelarsi con clamore sceglie la via dell’implosione: risolvere il labirinto richiederà allo spettatore un bagaglio necessario quanto dovuto di concentrazione, ma basterà poco per comprendere che la rivelazione della talpa, gestita in modo non particolarmente sorprendente, in fondo conta ben poco.

Ciò che conta è scavare sotto la polvere, alla ricerca di quell’umanità che repressa e controllata con costanza lotta disperatamente per emergere: nascosta in uno sguardo innamorato incrociato in lontananza, nel pianto di uomo soffocato nella solitudine di una casa vuota, o nella candida confessione di un errore di valutazione imperdonabile, l’emozione trova respiro con fare timido e silenzioso per pochi ed essenziali momenti, resi però straordinari nelle grandi interpretazioni degli attori.

Vera “talpa” del romanzo al di là di ogni senso figurato, con lo sguardo deformato da spessi occhiali da vista, bravo a scavare nelle vite altrui e a misurarsi col male quando l’occasione lo richiede, George Smiley domina la pellicola grazie alla performance di un magistrale Gary Oldman (è una gioia vederlo tornare dopo tanto tempo a un ruolo da protagonista): antieroe triste e dimesso, come i colleghi Smiley è abituato a nascondere le proprie ferite sotto un’armatura di imperturbabilità, ma il momento di fare i conti con la propria anima è anche per lui inevitabile: durante una conversazione con il suo fedele collaboratore Peter Guillam, l’uomo affida così al pubblico un primo piano intenso e dolente, dove si confronta per la prima volta con il ricordo dell’ incontro con Karla, infallibile agente sovietico e sua arcinemesi.

In un cast impressionante e rigorosamente britannico è impossibile non notare anche un ottimo Colin Firth, nel ruolo di un Bill Haydon non troppo distante dal fascino maledetto del Wildiano Lord Wotton, e il Guillam del nuovo “Sherlock” televisivo Benedict Cumberbatch, giovane protegé di Smiley oppresso da un segreto inconfessabile, amato dalla sottoscritta sin dai tempi di “Amazing Grace”.

A completare questa complessa architettura le musiche di Alberto Iglesias, ispirate nei momenti migliori dal lavoro di Dario Marianelli per “Espiazione” di Joe Wright, ma egualmente perfette per trascinare lo spettatore nel vortice di un’ asfissiante spirale.

Forse il mistero vi sembrerà poco abbagliante e la missione non sarà impossibile, ma alla fine porterete con voi qualcosa di meglio: la verità, affascinante, scomoda e mai facile.

Comments, Comments Welcome

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.