#13ReasonsWhy e il gore. Risposta vagamente psico-acculturata alle critiche

This article from The Mighty

We’re committed on this show to telling truthful stories about things that young people go through in as unflinching a way as we can. We fully understand that that means some of the scenes in the show will be difficult to watch… When we talk about something being “disgusting” or hard to watch, often that means we are attaching shame to the experience. We would rather not be confronted with it. We would rather it stay out of our consciousness.

“13 Reasons Why” creator Brian Yorkey.

Alla luce dei fatti #1 aver guardato la seconda stagione di 13 Reasons Why, #2 aver letto e udito commenti assurdi in merito alla suddetta serie, #3 aver appena finito di vedere Death Wish, “capolavoro” contemporaneo di Eli Roth e magistrale interpretazione di Bruce Willis.

Le conclusioni sono multiple e l’epifania ovvia con il senno di poi. A seguire.

Primo, con tutto il rispetto per Eli Roth, che si chiama come me e ha diretto tot di film culto nel genere ‘che schifo, ma non horror, fa nienete lo guardo lo stesso’ per gli entusiasti del macabro platter horror (e via… ), Death Wish è una “poop emoji” di proporzioni epiche. Si dice abbia ricevuto tutti i pollici in su da Trump, che Bruce Willis non sia in realtà lui ma il suo doppio robotico da Il Mondo dei Replicanti. Si vorrebbe incoraggiare Willis a dedicarsi esclusivamente al Unbreakable e Split (Glass, per intendenrci) che forse i tempi di Die Hard sono finiti.

In un tripudio di pessima recitazione, incluso Vincent D’Onofrio che si sarà dovuto sforzare abbestia per uscire così male da qualcosa, sparatorie a cacchio, tutorial youtube (tutorial youtuuuuuuuuuuuuuuube) e fracassamenti di crani.. cranii? (e un filo di palle da parte dello spettatore) una rivelazione coglie inaspettata: ho capito perché la gente va al cinema a vedere Bruce Willis che sparammazza i cattivi a sangue freddo, sangue e bruttura cinematografica, poi torna a casa e non si lamenta ∼ mentre, dopo 13 ore di maratona Netflix, senza perdere quella mezz’ora in più per vedere le interviste a seguito, scatena un puttanaio di ignoranza che potrebbe ricevere ancora più pollici up da parte di Trump.

VERGOGNA.

Sì, devono vergognarsi quelli che non hanno capito una mazza di 13, ma qui si intende la vergogna personale, imbarazzo, verecondia, disagio; quella cosa che schifa chi guarda i protagonisti della serie attraversare il loro disagio (bene, male, da teenager, non è che noi tutti superintellettuali preparatissimi alla vita a 17 anni, no?).

Pudore e senso di colpa nel capire, inconsciamente o meno, che in quelle situazioni ci puoi stare anche tu, tu che critichi le scene forti come eccessive e inutili ma sai benissimo che esiste un gruppo di tuoi pari ai quali devi rendere conto dopo che hai spento il computer.

Tu che magari ti hanno dato della zoccola, del frocio, del ‘mi fai schifo’; allora se lo rivedi in televisione non riesci a passare oltre, però quando mai prendi e vai in giro a sparare ai gangster di provincia. Non ci vai, quindi è figo Bruce Willis. Non è reale vedere ammazzamenti cruenti allora va bene, ma se il rischio è che qualcuno ti giudichi per come ti vesti, per le amicizie, per i tuoi hobby, perché sei troppo introverso o troppo il contrario, perché sei grassa, perché non sei maschio alfa o beta.

E perché da noi la scuola è diversa e non “offre” così tante possibilità ai bulli, ci stai meno, non cambi classe ogni ora con il rischio che qualcuno ti trascini in bagno, perché i bulli ci sono ma sono meno organizzati di una squadra di football. Siamo ancora fortunati qui, un pochino, manca qualche McDonald’s ancora.

Ma attenzione, non c’è bisogno di una letterale… quella che diceva Elio in Servi della Gleba (googlate giovani che non c’eravate), dov’ero, ah, ecco, non è sempre e solo l’abuso fisico estremo che fa male. 

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